Il Mondo di Horten
1 luglio, 2009
TRENI AUTO E NEVE NELLA LUNGA NOTTE DI OSLO

IL MONDO DI HORTEN di Bent Hamer
Od Horten è un macchinista capo 67enne delle ferrovie norvegesi giunto al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione. Inverno, il freddo, buio e lungo inverno norvegese. Il treno taglia la pianura innevata sotto la luce del pieno giorno invernale che ricorda gli ultimi momenti del nostrano crepuscolo.
Tutto è perfetto, ogni cosa è illuminata (poco), Horten guida in stazione la sua ultima locomotiva fermandosi a circa 50 cm dai respingenti, scende tra gli applausi e l’ammirazione dei colleghi e inizia la sua nuova vita da pensionato.
Questo è l’incipit di IL MONDO DI HORTEN, l’ultimo sorprendente film di Bent Hamer, regista norvegese di grande talento e sensibilità, qualcuno ricorderà il suo KITCHEN STORIES (2003) o il più recente FACTOTUM (2006) tratto dal bel libro di Buckovski.
Horten è di poche parole, d’altronde i norvegesi cinematografici parlano poco, aprire la bocca vuol anche dire far entrarci il freddo, meglio aprirla per una buona birra o per fumare la pipa, attività alle quali Horten dedica tempo e attenzione. La sua vita da pensionato viene segnata da una serie di accadimenti tra il surreale e l’ipperreale, sempre sottolineati dal piglio ingualcibile del nostro eroe. Le cose più incredibili e imbarazzanti avvengono nel più tranquillo disincanto di Horten e dei suoi vicini e concittadini, come se il vivere fosse nient’altro che un’inevitabile coincidenza, insomma, non ci si può fare nulla tranne che viverla, nostro malgrado, la vita.
Il film, che ci mostra i primi giorni da pensionato di Horten, è scritto con una perfezione che rivela una sapiente e originale elaborazione cinematografica del tempo e dello spazio. Oltre alla bellezza e al controllo delle immagini, tutto contribuisce, sia nel cesello, che nelle tenui ma decise note di colore, a creare un meccanismo perfettamente oliato di gags e di situazioni paradossali. Il gelo ambientale e l’afasia emozionale rimanda facilmente al cinema di Kaurismaki, così come l’ambientazione vagamente atemporale di una contemporaneità che si traveste continuamente da anni ’60 -’70. Ma l’occhio di Hamer è più attento al risultato e meno allo stravagante stupire per stupire del geniale Kaurismaki.
Hamer nel descrivere con poesia il variegato e gelido mondo di Horten procede per accumulazione progressiva di elementi narrativi, disseminando tuttavia la sua storia di idee e trovate eccellenti. La gita in macchina con l’amico ceco alla guida, così come il salto notturno con gli sci, sono momenti che lasciano un segno, non solo sulla neve, ma nella nostra memoria.
La Norvegia di Hamer, così come la Danimarca di von Trier o la Finlandia di Kaurismaki sono mondi per noi alieni, popolati da individui variamente e vagamente “umani” che, dopo aver risolto più o meno brillantemente, grazie anche alla socialdemocrazia e alla poca densità abitativa, i problemi del quotidiano e del rapporto tra uomo e istituzione, si lasciano trasportare da derive tragicomiche in paesaggi silenziosi caratterizzati dal gelo, dalla luce continua o dal buio, altrettanto prolungato.
Resta il dubbio su cosa farebbe Horten magicamente catapultato nella piazza centrale di Marrakech o in un vicolo dei quartieri spagnoli di Napoli. Forse alzerebbe il cappello per un cortese e anacronistico cenno di saluto dando piccoli colpi al tacco con la sua pipa per pulirla, ma questo è un altro film anche se in qualche modo suggerito dalla sorprendente fantasia del cinema di Hammer e di Kaurismaki.
Veramente peccato per un’uscita così in sordina e fuori stagione di un film tanto emozionante e originale.
(Gabriele Veggetti)



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