Vincere
30 giugno, 2009
LA SPOSA IN NERO

VINCERE di Marco Bellocchio
Non è la prima volta che Marco Bellocchio si confronta con la grande Storia, nel 2003 con BUONGIORNO NOTTE si era soffermato in maniera tutt’altro che scontata sul caso Moro, mostrando le ragioni degli altri e condividendo lo sguardo scomodo dei terroristi.
Da sempre uno dei temi del suo cinema sono le distorsioni del Potere, le scorie e le deiezioni che il Potere, una volta esercitato, lascia nella vita privata degli uomini. Anche film come ENRICO IV (1987) o IL PRINCIPE DI HOMBURG (1997) seppur di derivazione letteraria si rivelano come una variazione sul medesimo tema.
In VINCERE, unico film italiano quest’anno in concorso a Cannes, il regista piacentino scava tra le pieghe della storia patria per occuparsi di una vicenda scandalosa e più volte rimossa della vita privata di Mussolini: l’esistenza di una moglie precedente a Rachele, Ida Dalser, regolarmente sposata in chiesa, e di un figlio, Benito Albino, avuto da lei. Il caso fu sollevato addirittura negli anni ’50 dalla Settimana Incom, ma ebbe poco credito, ritenuto una delle tante costruzioni scandalistiche sulla movimentata vita privata del Duce. Solo nel 2005 due giornalisti Rai ritornarono sulla vicenda, mostrando in un documentario le prove della bigamia di Mussolini e ricostruendo la sorte, piuttosto triste e scabrosa, della sua prima moglie e del primogenito.
In VINCERE, Marco Bellocchio, tenta con successo, di ricostruire un momento della vita del giovane Mussolini, cui da corpo un magnifico Filippo Timi, che interpreta anche il figlio divenuto adulto. E se da un lato il quadro storico è un punto nodale del film che non può ovviamente mai essere eluso, Bellocchio, sposta gradatamente ma decisamente, l’attenzione sulla vita e sulle vicissitudini di Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) e sulla sua ostinazione nel reclamare la verità, sul suo scontrarsi ripetuto e inutile contro un muro di gomma costruitole attorno.
Non era facile avvicinarsi a una storia così scabrosa e contraddittoria senza scadere nel bozzettismo storico di maniera o nel facile didascalismo sull’onnipotenza del Potere.
Mano a mano che Mussolini diventa il Duce, il suo ruolo e la sua presenza nel film, diventano sfumate e fantasmatiche, altri operano per lui, servi ubbidienti e plenipotenziari, costruiranno uno schermo impenetrabile attorno ad Ida, reclusa in manicomio e attorno al figlio, affidato dapprima a un gerarca di provincia e poi anch’esso destinato alla reclusione psichiatrica.
Il film nasce come una storia d’amore tormentata e violenta nell’Italia immediatamente precedente la prima guerra mondiale per poi virare potentemente verso il melodramma. L’affresco storico viene sapientemente governato da Bellocchio che ha l’intelligenza e l’attenzione di mantenerlo sullo sfondo, mettendo a fuoco e non negando il primo piano alla vita e alla vicenda della Dalser. Veramente eccellente il montaggio di Francesca Calvelli che riesce magnificamente a conservare e a incrementare un ritmo narrativo incalzante e la magnifica fotografia di Daniele Ciprì, tutta giocata sui toni freddi ed esaltata da una scenografia puntuale e accurata, in taluni momenti stilizzata e metaforica, si pensi alla bella sequenza di Ida che si arrampica sull’inferriata a gabbia del manicomio.
Ma l’intento di Bellocchio non è certo quello do di ripristinare la verità storica, quanto di mostrare la forza e la pervicacia di chi reclama una propria vita privata in nome dell’amore.
Da sempre chi ha la possibilità di gestire il Potere, sia assoluto come quello di Stalin o Mussolini, oppure relativo, ma comunque poderoso, come quello dei politici nostrani, ha la possibilità di piegare al proprio volere il privato che lo circonda, facendo scomparire personaggi da fotografie storiche, come fece Stalin, facendo scomparire una moglie tra le corsie di un ospedale o nascondendo le proprie meschinità private sotto il tappeto della storia come ha fatto un altro omuncolo di governo di più recente memoria.



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