Gran Torino

18 marzo, 2009

QUALCUNO CALPESTA LE MIE ROSE IN GIARDINO
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GRAN TORINO di Clint Eastwood
Un altro Eastwood (e che Eastwood!) appena quattro mesi dopo  CHANGELING. I soliti pasticci distributivi, penserà subito il più avveduto tra voi, invece nient’affatto. Dopo l’uscita del suo ultimo film, la sceneggiatura di GRAN TORINO era già pronta, il piano dei lavorazione anche, e il film in pochi mesi poteva approdare nelle sale Usa facendo registrare un inaspettato successo di pubblico, mentre gli oscar lo ignoravano. Troppo scomodo e politicamente scorretto, troppo spigoloso, GRAN TORINO, nei confronti dei più edificanti e nobili THE MILLIONAIRE e MILK.
Anche il trailer aveva spaventato non pochi fans cinefili del grande Clint, temendo di trovarsi di fronte ad una versione barbaramente attualizzata de IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE.
Niente di tutto questo, lo sguardo di Eastwood è lucido e spietato nel mostraci la vita quotidiana di un veterano della guerra di Corea, disilluso e tuttavia fedele a sé stesso, con la bandiera americana fuori dalla porta in un quartiere quasi interamente cinese.di una cittadina del Midwest.
La storia inizia con il funerale dell’amatissima moglie del protagonista. Walter Kowalski, interpretato dallo stesso Eastwood, guarda schifato la parata di piccoli orrori borghesi della sua famiglia al funerale: due figli grassocci e integrati, la nipote ventenne con il peercing all’ombelico e un altro nipote che, prosternandosi davanti alla bara, si segna sussurrando: portafogli, testicoli e fagioli invece di Padre, Figlio e Spirito Santo.
Kowalski non si altera, non prende posizione, si limita a borbottare tra se e pochi altri con un sarcasmo spaventoso e divertente. Lui è circondato da stranieri che si fingono americani. Dopo una vita trascorsa a lavorare alla Ford, nasconde dietro il suo incedere distaccato e indolente qualche segreto inconfessabile maturato in Corea e osserva, fumando e bevendo birra ghiacciata sotto il portico della sua casa, un’umanità variopinta che non capisce ma che accetta, purché questa non calpesti il suo prato e le sue rose. In garage, sotto una tela cerata, lustra e smagliante, conserva una Ford Gran Torino del 1972, la stessa auto, tanto per capirci, con cui Starski e Hutch inseguivano i malviventi. E qui si ferma il nostro sguardo sulla storia, su questa visione d’insieme apparentemente banale di un sobborgo provinciale del Michigan.
Eastwood ci costringe a condividere lo sguardo di Kowalski mentre il mondo attorno a lui si sfalda, mentre comincia a conoscere i suoi vicini, l’orrore stolido delle gang di quartiere e la violenza che è cresciuta anche attorno a lui e ad altri che, come lui, lustravano la pistola o il fucile riportato dalla Corea nella propria linda casetta con la bandiera americana sventolante.
La sceneggiatura di Nick Schenk è sobria e asciutta, i dialoghi sapidi e sottili sono evidenziati dalla magnifica interpretazione di Eastwood dietro il suo broncio imperturbabile. Il cinema di Eastwood e nel contempo classico e innovativo. Classico nell’accuratezza della messa in scena, nella bellezza della fotografia e soprattutto sempre in grado di sorprenderci negli esiti inaspettati ed eticamente “ alti” delle storie che racconta.
L’America che cambia pur rimanendo la stessa, la ritroviamo nei suoi film e, se da un lato ci disturba, dall’altro ci sorprende l’incredibile resistenza all’orrore del “conservatore” Eastwood. L’esser passato attraverso dieci anni spaventosi segnati dall’arroganza imbecille di Bush, due Guerre del Golfo, una caccia ai fantasmi in Afganistan, il crollo delle torri gemelle e riuscire ancora a guardarsi intorno con disincanto é la vera forza del suo cinema: attuale e nello stesso tempo immobile e immutabile, come il Mito.
(Gabriele Veggetti)

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