LA STUPIDITA’ DELL’INTELLIGENCE

25 Settembre, 2008

BURN AFTER READING di Joel & Ethan Coen
Il film dei fratelli Coen che ha aperto l’ultima Mostra del Cinema di Venezia chiude idealmente una trilogia cominciata nel 2000 con FRATELLO DOVE SEI? e proseguita tre anni dopo con INTOLERABLE CRUELTY, tradotta miserabilmente in Italia con PRIMA TI SPOSO POI TI ROVINO. Solo uno sguardo superficiale può intravvedere come tema di questa presunta trilogia soltanto l’idiozia umana, in realtà lo sguardo irridente dei Coen tende a mostrare con lucido disincanto le ossessioni, i tick e i must di una contemporaneità non solo americana, ma che appartiene ormai alla piccola borghesia metropolitana del mondo occidentale. Certo gli Usa sono molto più avanti di noi, anche nell’idiozia e nella stupidita dei piccoli riti borghesi. E se FRATELLO DOVE SEI? era ambientato nel midwest statunitense ai primi del ‘900, la contemporaneità vi faceva capolino ad ogni piè sospinto, sorretta dalla sempiterna universalità dell’Odissea di cui il film era una brillante rilettura.
La genialità dei Coen in BURN AFTER READING si rivela soprattutto nella loro capacità di dosare i caratteri narrativi e stilistici della commedia in una storia in grado di contenere elementi drammatici e un plot ricco dei colpi di scena tipici della spy-story.
Un analista della CIA (John Malkovich) viene licenziato per scarso rendimento e problemi con l’alcool, in considerazione all’alta opinione che ha di sè stesso, decide di scrivere le proprie memorie, ma il dischetto che contiene i primi appunti viene da lui smarrito in una palestra e trovato da una donna in cerca di una propria identità fisico-corporea, grazie a ipotetiche e costose interventi di chirurgia estetica (Francis McDormat) e da un trainer palestrato piuttosto stupido (Pitt). I due, convinti di essere in possesso di importanti informazioni d’intelligence cercano di rivenderle prima allo stesso Malkovich, quindi addirittura all’ambasciata russa. Da qui prende il via una girandola incandescente e divertente di situazioni paradossali in cui la vita privata di alcune famiglie si mischia pericolosamente con la CIA, il Dipartimento di Stato e l’ambasciata russa.
Ma il vero tema è la chat via internet come modo di comunicazione interpersonale e la palestra e lo jogging come elementi catartici in grado di metterci in contatto con il nostro Io più vero e profondo, così come il matrimonio come obiettivo della vita e della realizzazione personale era al centro di INTOLERABLE CRUELTY.
Questo brioso divertissement dei Coen si fa apprezzare comunque più per lo stile e la verve con cui sono trattati motivi di grande interesse del vivere contemporaneo che non per la novità e le qualità intrinseche del film. La commistione intelligente dei generi e il vetriolo nel quale i Coen intingono il pennello per descrivere la vita di ogni giorno, sono ciò che rendono maggiormente sapido questo saggio “cattivo” sulla non saggezza del vivere.
Un cast stellare magnificamente diretto completa un quadro già di per sé perfetto: Clooney, immancabile negli ultimi film dei Coen, si rivela uno degli attori brillanti hollywoodiani più interessanti e fantasiosi, il suo paragone con Cary Grant, fatte le dovute differenze, non è poi in fin dei conti, un’idea così peregrina, condivide con il grande attore inglese l’eleganza e la flemma e quel piglio vagamente canagliesco che tanto piace al gentil sesso, per quanto riguarda Brad Pitt, tanto di cappello per aver ricoperto la parte del cretino con leggerezza rara per essere un sex-symbol di riconosciuta fama. Malkovich, come suo solito, gigioneggia con grande professionalità e Francis McDormat è semplicemente divina nel mettere in bella mostra tutte le debolezze che le donne non vorrebbero mai mostrare.
L’edizione originale ci avrebbe consentito di apprezzare meglio certe finezze di scrittura e di tono di una sceneggiatura raffinata e corrosiva e, per quanto siamo lontani da capolavori come L’UOMO CHE NON C’ERA e FRATELLO DOVE SEI?, lo spirito goliardico dei due ragazzi terribili del cinema indipendente americano fa capolino tra le pieghe di una “commedia nera” che dice certo più di quanto di primo acchito possa apparire.

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